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Ghiaccio bollente: quando anche i ghiacciai ci presentano il conto

Una volta il ghiaccio era una certezza permamente, perma-frost.

Stava lassù, sulle montagne. Bianco, immobile, apparentemente eterno. Una di quelle cose che davamo per scontate, come le stagioni, la neve d’inverno o il fatto che ad agosto facesse caldo.

Solo che il ghiaccio, ultimamente, sembra portare incisa la verità climatica con i suoi effetti devastanti.

E non è semplicemente una questione di paesaggio che cambia. I ghiacciai italiani stanno arretrando a una velocità impressionante e, con loro, scompare una parte importante delle nostre riserve di acqua dolce. Cambiano gli ecosistemi, aumentano i rischi legati all’instabilità dei versanti e il territorio diventa più vulnerabile agli eventi estremi.

L’ultimo tragico simbolo della crisi climatica è la tragedia sull’Himalaya che ha visto precipitare a valle l’impressionante valanga di ghiaccio sciolto da 5.200 metri di quota riversandosi nella valle nepalese al confine con il Tibet cinese, causando 359 morti e 1300 dispersi.

Insomma: il ghiaccio si scioglie. E noi, nel frattempo, continuiamo a comportarci come se fosse soltanto un problema di crema solare.

C’era una volta il ghiacciaio

A fine Ottocento, sulle Alpi italiane esistevano oltre 200 ghiacciai considerati perenni. Oggi molti di quei luoghi non hanno più nulla a che vedere con le fotografie di un secolo fa.

Dove prima c’erano distese bianche, oggi troviamo roccia, terra e vegetazione.

Basta confrontare una vecchia fotografia in bianco e nero con una scattata oggi nello stesso punto per rendersi conto che non stiamo parlando di una sottile variazione del paesaggio.

È quasi un prima e dopo.

Solo che, questa volta, il “prima” era più freddo.

E il “dopo” siamo noi.

I dati dei censimenti glaciologici italiani raccontano una storia piuttosto difficile da ignorare. Nel 1925-1927 vennero censiti 774 ghiacciai italiani. Nel 1957-1958 erano 835, per una superficie complessiva di circa 526 km². Nel 1988-89 il numero arrivò a 926, ma la superficie iniziò a diminuire, scendendo a 512 km².

Nel 2006-2007 i corpi glaciali censiti erano 969, ma la superficie complessiva era già scesa a circa 393 km².

Il dato interessante, e anche un po’ beffardo, è proprio questo: possiamo avere più ghiacciai sulla carta e contemporaneamente molto meno ghiaccio.

Perché i grandi ghiacciai si frammentano, diventano più piccoli e, in alcuni casi, scompaiono del tutto.

Il ghiacciaio che non voleva arrendersi

Un esempio emblematico è il Calderone, sul Gran Sasso.

Nel 1573 l’ingegnere e alpinista Francesco De Marchi lo descriveva come un’enorme distesa di neve e ghiaccio che rimaneva lì, anno dopo anno.

Oggi di quel grande ghiacciaio resta soltanto una piccola porzione di ghiaccio e neve, tanto che viene ormai classificato come glacionevato.

Ha perso circa il 90% del suo volume.

Novanta per cento.

È come comprare una pizza, mangiarne nove decimi e poi sostenere che, tecnicamente, la pizza c’è ancora.

Vero.

Ma non è esattamente la stessa cosa.

Le montagne non sono eterne. A quanto pare

Il problema dello scioglimento dei ghiacciai non riguarda soltanto la loro scomparsa.

Quando il ghiaccio arretra, cambia anche il modo in cui le montagne reagiscono.

Il permafrost si degrada, i versanti possono diventare più instabili e aumentano i rischi di frane e crolli.

Lo abbiamo visto anche sulla Marmolada, dove nel luglio 2022 il crollo di un seracco provocò una valanga di ghiaccio, roccia e detriti che causò 11 vittime.

Per questo oggi le aree più vulnerabili vengono monitorate con satelliti, droni, radar, strumenti geodetici e sistemi di telerilevamento.

La tecnologia, insomma, sta facendo il possibile per tenere d’occhio una montagna che cambia.

Peccato che la montagna non abbia ancora installato un sistema per mettere in pausa il termometro.

E mentre il ghiaccio scompare, la neve fa sempre più fatica ad arrivare

Il problema non riguarda soltanto i ghiacciai.

Negli ultimi decenni la neve è diventata sempre più rara alle quote più basse e le condizioni che un tempo sembravano normali per l’inverno sono diventate sempre meno prevedibili.

E questo significa conseguenze anche molto concrete.

Per l’agricoltura.

Per la disponibilità di acqua.

Per il turismo.

Per gli impianti sciistici che si sono dimezzati.

Per la gestione del territorio.

Per le città, sempre più esposte a ondate di calore e temperature estreme.

Il cambiamento climatico, insomma, non è più qualcosa che possiamo osservare comodamente da lontano, magari mentre commentiamo una fotografia di un ghiacciaio su Instagram.

È già dentro le nostre economie, nelle nostre infrastrutture e nella quotidianità.

La buona notizia? Possiamo ancora fare qualcosa

Qui arriva la parte meno catastrofica.

Perché raccontare il cambiamento climatico non significa necessariamente arrendersi al cambiamento climatico.

Esistono due parole fondamentali: mitigazione e adattamento.

Mitigare significa ridurre le emissioni e accelerare la transizione verso sistemi energetici più sostenibili.

Adattarsi significa invece preparare territori, città, infrastrutture e sistemi produttivi a un clima che è già cambiato e continuerà a cambiare.

E in entrambi i casi la tecnologia ha un ruolo fondamentale.

Le fonti rinnovabili, l’efficienza energetica, i sistemi di accumulo, le reti intelligenti e tutte le tecnologie che permettono di produrre e utilizzare l’energia in modo più efficiente non sono più soltanto una questione ambientale.

Sono strumenti di resilienza.

Perché ogni kilowattora prodotto da una fonte rinnovabile, ogni sistema che permette di consumare meglio l’energia, ogni tecnologia che riduce la dipendenza dalle fonti fossili è un piccolo pezzo della risposta.

Non farà ricrescere il ghiacciaio del Calderone.

Ma può contribuire a evitare che la lista dei ghiacciai scomparsi continui ad allungarsi.

Il ghiaccio ci sta già parlando

Forse la cosa più sorprendente è che non servono previsioni a cento anni per capire che qualcosa è cambiato.

Basta guardare una montagna.

Confrontare una fotografia.

Osservare dove una volta c’era il ghiaccio.

E dove oggi non c’è più.

I ghiacciai sono una sorta di termometro naturale del pianeta. E il loro arretramento ci sta mostrando, in modo piuttosto difficile da fraintendere, che la temperatura è cambiata.

La domanda, quindi, non è più se il clima stia cambiando.

La domanda è quanto siamo disposti a fare per adattarci e, soprattutto, quanto possiamo ancora fare per rallentare il cambiamento.

Perché magari tra qualche decennio guarderemo le fotografie dei ghiacciai italiani e diremo:

“Che spettacolo. Peccato non esserci stati.”

Sarebbe bello, invece, poter dire:

“Per fortuna abbiamo fatto qualcosa prima che fosse troppo tardi.”Il ghiaccio si sta sciogliendo. La tecnologia per reagire, invece, ce l’abbiamo già.